vale la pena

venerdì mattina e tiri il fiato. almeno un po’.
a casa, piedi un po’ infreddoliti nonostante le calze pesanti. aspetto una telefonata dall’ufficio. un lavoro non finito. non ancora almeno. manca poco, giusto qualche telefonata. attendo.ho fatto presente che nel pomeriggio per me sarà un po’ più ostico essere operativo. ho dei giri da fare e visto il tempo mi muoverò con i mezzi. piove. tic tac continuo, incessante.
ieri sera, tornando a casa, ho alzato lo sguardo verso quel nero indefinito pomeriggioinvernalenottenuvoloso. fra me, la mia bici e il cielo, qualche balcone con luminarie di natale. insofferenza. da molti anni ormai. una insofferenza che con gli anni, dopo un picco intorno ai 20, si è andata un po’ appianando. ma c’è. c’è sempre.

se dopo questo giorno avrò ancora un po’ di tempo
un po’ di tempo
sarà già tanto e il cattivo raccolto
sarà solo il ricordo di un vincente
perché resto innamorato sempre.

ho iniziato a concentrarmi sullo stare insieme durante le feste, sul piacere che potevo dare ai miei cari. riuscire a buttare via la parte consumistica e tenermi quella affettiva. il mio me stesso di 20 anni fa sorride ironico: “ti sei rammollito, tommi. non sei più in guerra contro il mondo”
forse no, ma a volte un po’ di pace non mi fa male. tanto è sempre poca.

se dopo questo giorno avrò ancora un po’ di tempo
avrò il talento
per stare in equilibrio mentre il mondo fuori è un fallimento

ieri ho avuto un bel buco nelle mie attività. circa un’ora durante la quale non è successo nulla. sono rimasto nella stanza che mi avevano assegnato. ho iniziato a leggere un bellissimo racconto ospitato da giap. chi racconta lo fa mettendo insieme il personale e il collettivo. la militanza come emancipazione, personale e collettiva. la militanza come mezzo attraverso il quale dare profondità ad una propria condizione soggettiva. quello che opprime il proprio modo di vivere fa capo a quelle stesse dinamiche che opprimono le lotte collettive.
società ordinate e “sicure” danno la direzione. chi si discosta, da solo o collettivamente, rischia di minare il grande piano.
faccio quel poco che posso fare e cerco di diffondere questo racconto attraverso twitter.

tutto passa e passa e io avrò fatto la mia piccola importante parte di comparsa
e dopo questo giorno cosa resta ora?
ho cercato di mangiarmi il mondo
il mondo a poco a poco mi divora
perché
quando ho scelto ho preso il posto mio vicino a dei pezzenti
che sono dei Re

la ragazza con cui lavoro ha fatto capolino nella stanza che mi avevano assegnato. mi ha detto “direi che per oggi puoi andare”.
“ok, bene – ho detto – finisco una cosa e vado”
“fai pure”
dovevo finire di leggere.
avevo voglia di sfruttare il percorso casa ufficio per pensare. per assorbire quello che avevo letto. magistralmente scritto, peraltro.
ho passato la serata con amici, gente a cui voglio bene. è forse il tempo il vero collante della nostra amicizia. le nostre visioni sul mondo sono diverse. non avevo sponde, così ho preferito glissare. lo ammetto: non avevo modo di esprimermi, non trovavo le parole. la difficoltà maggiore stava nel nostro essere, nominalmente, tutti di sinistra. ho cercato di portare i loro ragionamenti a confrontarsi con i principi della sinistra. pensavo che il confronto fosse impietoso e lampante. ho ritenuto che fosse un attimo rendersi saccente e antipatico. avrei preferito che le autodefinizioni su quello che politicamente siamo fossero un po’ più accurate. ma non fa niente. ho seguito il flusso che dopo poco è passato al calcio e ai figli.

vale la pena?
Sono cose queste che non metto a posto in una discussione
una sera a cena

“ti sei rammollito, tommi”. forse. cerco di avere un rapporto sempre dialettico con i miei 20 anni. cancellarli sarebbe sbagliato. quel furore verso l’ingiusto mi fa camminare ancora. non ho smesso di stare con gli ultimi. ho solo occhi più preparati e pronti per individuare chi sono, dove sono, quali dinamiche continuano ad opprimerli e attraverso quali finzioni queste dinamiche si nascondono e si mascherano.

è stato il peso dell’assenza quando ho scelto
anch’io di scegliere il disordine
alla diseguaglianza.

“Sud Suite” – Assalti Frontali

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Autore: scartafaccio

"produrre il necessario distribuire tutto"

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